Francesco Capaldo

 
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Narciso Stampa E-mail

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Racconto tratto dalla Raccolta "Narciso"

Hora fugit!

Dalle finestre arabescate del maestoso convento ottocentesco, Alessandra guardava coi suoi begli occhioni scuri il sole che moriva lontano tra i nugoli di edifici, e abbagliava per l’ultima volta, almeno per quel giorno, il suo volto di perla.
Smarrita nella rete inestricabile dei pensieri fissava gli ultimi riflessi di luce che imporporavano, ora i dorsi levigati delle colline, ora la vasta piazza che si apriva dinanzi a lei coronata da piccoli mucchi di case cadenti, e si confondevano con le ombre in un gioco vorticoso di iridescenze; guardava i cirri sparsi addensarsi all’orizzonte e bruciare in quell’ultimo accesso di luminosità; i platani, i salici piangenti, l’agave abbarbicata al sottile faggio, che incominciavano a rifiorire, eclissarsi come tutte le cose, inghiottite dalla girandola del giorno che come sempre finiva!

Lo spettacolo della natura leniva la sua pena, lasciandole quella calma, quella pace interiore, che il suo spirito anelava da tempo; ritrovava, anche se per poco, quella freschezza, quella giovialità, che rendono giovani e forti. Da quel luogo, tempio della religione e della fede, si sforzava di lanciare lo sguardo sino all’infinito, e l’esistenza assumeva una forma nuova, sconosciuta, di chi la osserva da lontano e trova assurdo, incomprensibile il gioco di passioni, gioie, dolori che tormentano l’animo umano. Eppure anche lei aveva vissuto e voleva ad ogni costo vivere ancora, lanciarsi tra la gente, ed affannarsi per le cose più futili, e sentire quella pienezza di cuore che in passato l’aveva resa felice! Il mondo, il piacere, l’amore era tutto al di là di quella finestra, tutto ciò che aveva desiderato e desiderava ancora, ma una forza misteriosa che non comprendeva, che si era impossessata del suo essere, la tratteneva. La sofferenza, la consapevolezza del male che si annida nelle cose aveva scavato nel suo spirito e spenta quella capacità, di cui era così fiera, di sorridere alla vita, di provare gioia anche per l’evento più insignificante. «Che le era accaduto? Che n'era stato dell’Alessandra di un tempo?», si chiedeva in un lungo spasimo di dolore. Cercò di non pensare; fissò l’orizzonte, dove si dissolvevano gli ultimi bagliori di fuoco, e sentì il suo cuore ferito, dolorante, sanguinare, bruciare. L’angoscia di non avere risposte che sciogliessero il nodo dei dubbi aumentava, e una tristezza profonda, che la lacerava, l’annientava, scese sin nel profondo della sua anima.
Si alzò un po’ di vento, che le scarmigliò lievemente i lunghi capelli neri; le baciò il viso di luna, la bocca fresca, il collo latteo. Silenziosa fermò lo sguardo sul cielo che lentamente si tingeva di blu; contò le stelle, una, due, tre…! Respirò a pieni polmoni l’aria pungente e fragrante della sera, presaga di una nuova primavera, di un nuovo ciclo della natura. Si fece forza, «Perché essere triste, domani sarebbe stato un altro giorno?!», pensò. Sentiva le forze rifiorire, rigenerarsi, ma qualcosa mancava !… La vita riesplodeva nel suo cuore, ma timidamente, poco alla volta; non doveva fare altro che pazientare, e le ferite lentamente sarebbero guarite; avrebbe morso ancora una volta i doni che il piacere le avrebbe offerto, avrebbe bevuto dal calice del destino essenze più dolci di quelle che aveva assaporato in passato.
Fermò nuovamente l’attenzione sulla piazza; intravide una panchina, un ricordò balenò nella memoria. Ritornò alla mente l’immagine di un uomo che in un giorno lontano aveva amato. I suoi sguardi, i suoi baci, le sue calde parole d’amore, il calore di quel pomeriggio di giugno, l’intensità di quelle emozioni rifiorirono, come d’incanto, vivide e luminose, come se il passare del tempo non ne avesse mai stinto la fragranza e il colore. Rivide l’azzurro intenso di quel fugace istante, sentì sul suo corpo arroventato il contatto di lui, e la sete, la fame insaziabile di amore, di possesso che li aveva uniti.
Le vennero le lacrime agli occhi. Perché tutto ciò che era bello doveva finire, doveva prima o poi spegnersi? Tutto le sembrava ora così irreale, assurdo, anche il passato, i ricordi, le sensazioni che aveva provato le apparivano come un sogno, un’illusione, un bellissimo parto della mente, che oramai non le apparteneva più. E poi lei non era più la stessa; sì era ancora giovane, aveva ancora la bocca ridente, rossa, avida di baci, ma qualcosa era mutato, un’ombra immensa era caduta sulla sua rosea esistenza, e aveva cancellato l’ingenuità, la capacità di abbandonarsi senza timori. «Ah, Dio mio!», si diceva se pensava a quante paure stringevano il suo cuore inquieto. …Ma lui, Sergio, l’aveva poi mai amato?; …sì certo, allora lo amava, e un poco anche ora…ma tutto appariva così amaramente privo di senso. …Poi, ripensò alla gioia che provava ogni volta ad accarezzare il suo volto, i suoi capelli, e capì che ne aveva avuto, che lui era ancora parte di lei, che nessuno poteva toglierle ciò che il destino, anche se solo per poco, le aveva donato. Le apparteneva, era un piccolo frammento del suo mondo, delle sue gioie e dei suoi dolori, della sua ansia di amore! Capiva che tutto il piacere delle cose consisteva nel dolore che spesso queste lasciavano nell’animo umano, che spesso le si ama tanto perché ci fanno molto soffrire, e questa coscienza le faceva ancora più male, perché era consapevole di essere l’unica a conoscere questa terribile verità. Gli altri amavano, soffrivano e tutto il resto non contava! Lei invece era logorata dal tarlo di dover capire, e questo faceva di lei una creatura solitaria, dotata di una sensibilità e di un senso delle cose agli altri sconosciuto. …
Dei passi richiamarono la sua attenzione. Si avvicinò un monaco, basso e corpulento, con il volto segnato da rughe, ma con gli occhi ancora vivi. «Signorina, mi scusi, ma dobbiamo chiudere!». Lei annuì con un cenno del capo, salutò e andò via.

Durante il ritorno a casa Alessandra percepiva con particolare intensità ogni odore, ogni più piccola impressione che le veniva dal mondo esterno; l’inverno era stato duro, e lei aveva sofferto e i suoi sensi provati si erano affinati. Ora le sue nari, i suoi occhi, le sue mani, potevano cogliere con una sensibilità nuova e straordinaria ogni impulso, ogni traccia che le cose che la circondavano emettevano. Un odore, una macchia di colore, un contatto improvviso le apriva ogni volta un mondo che prima le era ignoto. Il dolore le aveva rivelato quasi per un’intuizione improvvisa, di amare la vita e di esservi attaccata in maniera quasi viscerale, che quanto più era tormentata dalla sua brevità tanto più provava un desiderio smodato di tuffarvisi dentro, di assaporarne ogni sensazione. Ma il male, la disperazione silenziosa, la malattia che tormentava il suo spirito, se così la poteva chiamare, era forse un capitolo chiuso della sua esistenza? Sapeva bene che non era così; l’avrebbe portata sempre con sé, rappresentava l’altra faccia della medaglia, il naturale risvolto di ogni cosa. Ma ora era più forte, più sicura, rinfrancata nel suo essere, nella sua volontà, decisa a vivere ancora! «Perché morire? Che senso ha? L’eternità è lenta, uguale, e prima o poi ci ghermisce con le sue gelide fauci! Voglio morire sapendo di aver vissuto!»
Camminando aspirava il profumo dei narcisi che bordavano i fianchi della strada; ne raccolse uno, e se lo pose tra i capelli, pensando che quel fiore era il simbolo stesso della sua esistenza, del desiderio insopprimibile di piacere, di bello, dell’egoismo più puro. Giunse sino al mare; la sua casa era di poco più lontana. Si fermò ancora una volta, fissò le onde spumeggianti che accavallandosi si infrangevano sulla riva; si tolse le scarpe e a piedi nudi lentamente camminò sulla battigia (ne sentiva il dolce contatto!). Vicinissima all’acqua vide il suo volto balenare sulla superficie liquida e sorridendo pensò, «Sono ancora bella!».

 

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