Francesco Capaldo

 
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E' uscito "Fino in fondo"il nuovo romanzo di Francesco Capaldo edito da Edizioni progetto cultura Stampa E-mail
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Su Napoli è possibile trovare il romanzo presso la Mondadori di via B. Croce; su Salerno presso la Feltrinelli. 
Per vedere il video della presentazione svoltasi il 28 novembre presso il comune di Nocera Inferiore vai su:  http://www.communicationprogram.tv/autorefrancescocapaldo.html

 

Sarebbe venuta?, si chiedeva Gabriele.

Guardava l’orologio.

L’attendeva da mezz’ora.

Era in ritardo.

Aveva provato a telefonarle; il cellulare squillava, ma non rispondeva.

L’aveva dimenticato in borsa come al solito o faceva finta di non sentirlo?

Maria Rispoli l’aveva conosciuta al Corriere, un quotidiano che quando non c’erano notizie pubblicava qualche suo articolo.

Di recente era uscito un suo pezzo sulla metafisica del dolore.

Ma nessuno lo aveva notato.

Non aveva senso scrivere per i giornali: nessuno li leggeva.

Nel post-moderno e nell’era di internet tutti scrivevano, ma nessuno leggeva.

La carta era demodè.

C’era stato un salto tecnologico come diceva un suo amico ingegnere.

Ecco il punto.

Cominciava a convincersi che era inutile scrivere di letteratura; della cultura non gliene fotteva niente a nessuno.

Era un illuso se sperava di vivere facendo il letterato.

Aveva quarant’anni e si sentiva un fallito.

Non aveva ancora fatto nulla di grande.

Non aveva preso il proprio posto nella vita.

Gli conveniva fare la valigia e tornarsene al nord, a fare l’impiegato per qualche fabbrica.

Avrebbe guadagnato uno stipendio da fame, ma era meglio che fare il giornalista o lo scrittore.

Lo attendevano anni e anni di gavetta, in cui non avrebbe visto un soldo, e per fare cosa?! Aveva avuto ragione suo padre a dirgli che viveva in un mondo di favole.

Eppure lui non sapeva fare nient’altro che scrivere.

Il suo direttore gli diceva che scriveva bene, ma gli rifilava sempre i pezzi di cronaca.

Così non sarebbe arrivato da nessuna parte.

Per emergere doveva proporsi, doveva essere più aggressivo, doveva scavalcare i colleghi e cercare le amicizie giuste.

Come diceva un suo amico, doveva fare anche la politica, doveva curare le relazioni.

Nel Sud, ora cominciava a capire, più che il talento contava avere le giuste conoscenze.

Da solo non avrebbe mai fatto carriera.

Il suo capo glielo diceva con sorriso sardonico, ma lui si ostinava a non capire, continuava a sognare, a volare con la testa tra le nuvole, diceva a se stesso che con quella gente non aveva nulla a che fare, che ce l’avrebbe fatta comunque, prima o poi, a emergere e che il successo non era poi così importante, che non sapeva che farsene dei soldi, che si accontentava di poco, che voleva solo scrivere.

Scrivere e basta e farsi leggere.

Quegli arrivisti del cazzo della redazione, non comprendevano che per lui scrivere era qualcosa di più profondo, di più importante di tutto.

Lui voleva scrivere e essere letto, voleva parlare alla gente, al loro cuore, alla loro anima, tutto qui.

Lui era diverso, aveva qualcosa che loro non avevano; lui sentiva un estremo bisogno di raccontarsi, in qualunque forma, in ogni modo.

Solo questo cercava e null’altro.

Era in cerca dell’autenticità.

Cos’era poi l’autenticità non lo capiva neanche lui, ma sapeva che era in cerca di qualcosa che aveva a che fare con questa parola.

Ogni volta che gli passavano per la mente pensieri di questo tipo e che gli capitava di arrabbiarsi contro il mondo, sentiva riaffiorare alle labbra la parola autenticità.

 
Una vita violenta di Pasolini: Il rovesciamento del romanzo di formazione Stampa E-mail

{  in: Papini M. C., Fioretti D., Spignoli T.
Il romanzo di formazione nell'Ottocento e nel Novecento
Ets, Pisa 2007, pp. 656

 

«[…] Il tempo», scrive W. Siti stabilendo un rapporto diretto tra formazione e dimensione temporale, «non è mai raccontato nell’opera pasoliniana, i suoi ragazzi non invecchiano. Quando si deve rappresentare una maturazione, per esempio del Riccetto o di Tommasino, li si fa sparire dal testo con uno stratagemma (mettiamo, la galera) e li si fa ricomparire già maturi. […] [». L’osservazione ben calibrata di Siti ci spinge a chiederci se può esistere al di fuori della dimensione temporale una qualsiasi forma di maturazione. La dimensione temporale nell’opera di Pasolini tende a dissolversi e la narrazione delle efferate azioni dei personaggi del romanzo sembrano sganciarsi come delle scene a se stanti da quella della vicenda umana di Tommasino; si assiste ad un dilatarsi della dimensione temporale più che in senso verticale o diacronico in senso orizzontale (è emblematico a tale proposito l’episodio della battaglia di Pietralata, che può essere considerato un passo epico rivisitato in chiave moderna); la macchina da presa del narratore si focalizza più sulla realtà sociale e sulle trasformazioni che la investono che non sull’evoluzione psicologica dei personaggi. Il modo di Pasolini di narrare i fatti ci impone di chiederci secondo quale prospettiva si pone rispetto alla tradizione ottocentesca e novecentesca del romanzo ed in particolare rispetto a quello di formazione. In questa sede essendo un’analisi di questo tipo troppo vasta e pretenziosa, restringeremo l’ambito della ricerca, sforzandoci di determinare in che misura Una vita violenta di Pasolini si inserisce nel solco della tradizione del romanzo di formazione ed in che misura se ne distanzia rovesciandone i temi di fondo.

Ma procediamo con ordine, partendo dall’analisi dei principali motivi del testo. Una vita violenta si apre con la scena di Tommaso, Lello ed il Zucabbo e di altri ragazzini che dinanzi alla scuola giocano a palla. È una scena di vita quotidiana ed il narratore come un regista li inquadra ad uno ad uno; la macchina da presa si muove lenta, con occhio distaccato. Il suo sguardo cade sugli altri pipelletti, cioè ragazzetti della borgata, che giocavano nel fango con il coltellino. Poi si focalizza su Lello, Tommaso, ed il Zucabbo. Poi scende più a fondo; la narrazione diegetica si alterna con quella mimetica; il narratore ora accenna attraverso delle lapidarie battute alla realtà che sta descrivendo, facendoci percepire che si accinge a raccontarci a squarci un mondo estremo, dove si ha la negazione di ogni forma di umanità. E questi accenni si infittiscono via via che la narrazione procede: i ragazzini che giocano con il coltello nel fango, Tommasino che si accende un mozzicone di sigaretta, mentre guarda gli altri giocare, le battute in un linguaggio che è un ibrido tra il romanesco e l’italiano che a tratti suona artificioso e spesso di non facile lettura, frutto di studio, di un’analisi condotta sul campo prima di diventare materia di creazione letteraria. Ma la lingua dei personaggi è la spia anche della loro condizione sociale, del loro universo simbolico, che si restringe al sesso ed al danaro, come se qualunque altra cosa non esistesse. Il lettore arguisce che si tratta di ragazzi di strada che vivono alla giornata, immersi in una realtà sociale dove si lotta per sopravvivere, dove non ci sono valori morali, dove il confine tra l’uomo e la bestia è sottile, dove il degrado assorbe e cancella ogni forma di umanità. Sono emblematiche da questo punto di vista le descrizioni dell’ambiente naturale.  Tra i personaggi che vivono nella borgata di Pietralata e l’ambiente che li circonda si stabilisce una simbiosi alla rovescia; la natura è spogliata della sua purezza ed è modellata dall’uomo a sua misura ed immagine. Non è né incontaminata né colta nel suo splendore, né vive della sua forza, né della sua vitalità al di là di qualunque azione dell’uomo. E gli uomini vi imprimono in maniera indelebile il segno della propria presenza, attraverso una simbiosi reciproca, dove la presenza dell’uno cancella quella dell’altro. È questa una natura umanizzata, contaminata. L’Aniene non è un fiume dalle acque cristalline ma è puzzolente per gli scarichi della cloaca, ed i campi sono definiti pidocchiosi come gli uomini che li abitano:

[...] Una nuvolaglia fitta fitta s’era intanto distesa per il cielo, cominciando da dietro il fiume, dope le case di Montesacro, lontane lontane. Aveva coperto tutta la luce che prima empiva il cielo ancora bagnato di pioggia, e ora la rifletteva sui campi pidocchiosi. [...]

 

 Il brano che abbiamo riportato è tutto giocato sulla successione delle anafore (fitta/fitta; lontane/lontane) e sulle allitterazioni di suoni come la /l/, la /t/, ecc. Il ricorso a questi accorgimenti rende la descrizione meno ancorata alle cose, che attraverso un cromatismo “impressionistico” sono caricate di un valore simbolico stabilendo un rapporto stretto tra il paesaggio umano e quello naturale. La natura è solidale, anche se di una sodalità senza partecipazione nei confronti della miseria umana. È la miseria e non il dolore o la sofferenza a legare gli uomini, né la povertà che esprimerebbe una condizione ancora dignitosa, ma il degrado sociale che ha invaso a poco a poco la Roma post- bellica. E così come gli abitanti della borgata rappresentano una fetta di umanità in cui ogni ideale ed ogni sopravvivenza di umanità è rovesciato e soffocato dal decadimento sociale ed umano, così la natura si spoglia della sua vitalità per diventare immagine della miseria dell’uomo. La simbiosi tra uomo e natura è ribaltata; non c’è ricerca nella natura di un ordine preesistente in tutte le cose, né la natura riflette una propria armonia in sé, né i personaggi che sono piatti e mancano di complessità cercano in essa un’adesione alla propria sofferenza. La natura pasoliniana è una variante dello spazio urbano, si inserisce in questo, è l’esito della mano dell’uomo moderno che domina lo spazio naturale inquinandolo ed insudiciandolo con la propria presenza, e privandolo così di spontaneità ed autenticità. Ed in una società caratterizzata dalla sola ansia di progresso dell’uomo moderno si ha un ribaltamento dei valori: la natura diventa emblema della condizione dell’uomo che non cerca più un senso da dare alla propria esistenza, ma è tesa all’esclusivo soddisfacimento di alcuni bisogni legati al sesso e al denaro.

Una vita violenta è stato definito un romanzo sociologico; qui la sociologia si fa letteratura. A fare da sfondo alla vicenda umana di Tommasino c’è un mondo affamato, ma vitale, anche se di una vitalità volta alla violazione della norma, alla sopraffazione ed all’inganno dell’altro. Si avverte un intento polemico ed una concezione della letteratura intesa come impegno, come volontà di denuncia; ma c’è anche allo stesso tempo un tentativo di catturare gli umori ed il gusto del pubblico rappresentando uno squarcio di vita al limite, fuori da qualunque schema, facendo oggetto del narrare un mondo difficile, dove ogni valore umano è smarrito e dove viene meno qualunque sorta di concezione idillica della realtà, colta nello squallore della quotidianità. Tommasino è il protagonista- eroe, o se vogliamo, l’antieroe di questo universo; non è infatti un eroe piccolo borghese, ma un ragazzaccio di strada, appartenente al sottoproletariato urbano. Tra le righe emerge l’avversione di Pasolini nei confronti del ceto borghese. Il narratore lascia trapelare nei confronti di questo personaggio partecipazione umana, senza che ciò porti ad un’idealizzazione del sottoproletariato urbano. Pasolini vuole fare suo quell’universo che non gli appartiene e vuole raccontarlo, vuole portarlo prima sulla pagina e poi sulla scena. È qui che ideologia e letteratura si incontrano e si contaminano a vicenda, pur non fondendosi in un discorso unitario. In molte pagine del romanzo la dimensione ideologica pesa sulla scrittura, imprimendo un taglio a volte eccessivamente intellettualistico che non sempre rende la lettura agevole.

Tommasino, che in apertura del romanzo cogliamo mentre gioca con gli altri ragazzi della borgata, sembra sfuggire al demone del tempo e non invecchiare mai. La dimensione lineare o sincronica, il bisogno di narrare eventi e fatti lascia in ombra lo sviluppo del personaggio, facendo coincidere il tempo della narrazione con il tempo della storia. Ma forse al narratore quest’aspetto interessa di meno di quello del narrare le cose, del farle emergere, di portarle alla luce. Ciò nonostante il tempo passa e qualcosa nell’esistenza di questo personaggio muta; ma solo dalla seconda parte del romanzo il narratore con un’analessi ci dà dei ragguagli sulla storia umana di Tommasino. Solo allora apprendiamo delle notizie sulla sua vita ed il narratore ce le fornisce in maniera schematica, rigida, come se si trattasse di una pagina di cronaca, come se la loro funzione fosse solo di corredare il fatto, l’evento del giorno, che è ciò che invece conta e che va portato alla luce. E così quasi en passant veniamo a sapere che Tommasino è nato nel 1936 ed è figlio di un certo Torquato Puzzilli, che era giunto con la sua famiglia originaria d’Isola Liri a Roma, dopo i fatti dell’8 settembre. Lui e la sua famiglia essendosi ritrovati dopo lo sbarco degli americani in mezzo alla strada andarono a stare in quella baracca tra Pietralata e Montesacro, sulla scarpata dell’Aniene. Secondo Marta Morazzoni e Antonio Parisi è da questo punto che incomincia il romanzo di formazione; i due studiosi scrivono: «L’intreccio ed il tempo narrativo di Una vita violenta seguono una cronologia di facile lettura, legata alle avventure del protagonista e apparentemente priva di involuzioni e interiorizzazioni. Nel mondo narrativo di Pasolini le problematiche si configurano nella quotidiana fatica di vivere, gli avvenimenti si succedono senza un legame che li unisca, a indicare nei personaggi una sorta di elementarità esistenziale, la mancanza di un progetto di vita. [...] Portati dallo scrittore nel cuore del racconto, in un giorno qualunque del marzo 1949, assistiamo a una situazione quotidiana [...] seguiamo le abitudini trasgressive, la violenza del gruppo nei gesti e nel linguaggio, le sue vicende picaresche, fino a quando, dal principio della seconda parte del romanzo, non si verifica una metamorfosi. [...] La storia di Tommasino cessa di essere picaresca per prendere l’aspetto di un romanzo di formazione. [...]». I due studiosi sottolineano l’unità di ispirazione del romanzo pur cogliendo che tra la prima e la seconda parte sembra esserci una frattura. In realtà tra le due parti non c’è nessuno scarto, ma come vedremo, i due momenti si saldano perfettamente in quello che è il modus scribendi di Pasolini. Il romanzo picaresco e quello di formazione nell’opera di Pasolini ritornano come un canovaccio che lui riutilizza e rielabora alla luce della sua vena narrativa.

Ma ritorniamo per un istante alla scena in cui il narratore prima di parlarci di Tommasino che esce dal carcere, ci dà dei flash sulla sua storia familiare. Leggiamo l’episodio:

[...] Certo, prima se la passava meglio, quando stava al paese suo: era d’una famiglia di lavoratori, questo sì, però potevano andare a testa alta, e quand’era mezzogiorno il tavolino era sempre apparecchiato, due scodelle ci s’appoggiavano sempre. […]

Torquato era padrone d’una casetta, magari messa coi tufi, in mezzo alla campagna, a un chilometro da Isola Liri. [...]Torquato fu chiamato sotto le armi, e l’otto settembre ritornò a casa, sbandato come tutti gli altri. Ma gli toccò risloggiare subito, però, e stavolta con tutto quello che c’aveva, insieme alla carovana dei profughi che scappavano verso Roma. [...] I Puzzilli andarono così a stare in quella baracca tra Pietralata e Montesacro, sulla scarpata dell’Aniene [...]

In questo passo il narratore descrive con poche pennellate il milieu sociale della famiglia Puzzilli e tratteggia, di scorcio, un quadro sulle masse rurali alla fine della guerra, che avendo perso quel poco che avevano erano andate ad infoltire il sottoproletariato urbano che aveva generato delinquenza, degrado e miseria. Il narratore ricorre indirettamente, lasciando che sia il lettore a capirne i rimandi sottintesi, alla sociologia ed attraverso questa la storia di Tommasino e la sua vicenda picaresca è riassorbita e rivisitata in una luce nuova. L’analessi svolge una funzione centrale, serve a recuperare quella dimensione temporale nella storia del nostro personaggio che altrimenti sarebbe stata persa ed a ricongiungere le fila del tempo lineare e di quello verticale ed a colmare il vuoto tra il romanzo picaresco e quello di formazione. Fino a questo momento eravamo stati presi dall’incessante succedersi degli avvenimenti: la rapina al benzinaio, le scorribande per Roma, la battaglia di Pietralata, ecc. e non ci eravamo accorti che Tommasino era cresciuto, che non era più il bambino tredicenne delle prime pagine ma un uomo di vent’anni. Non ce ne eravamo accorti perchè in fondo una parte di lui aveva conservato la spavalderia della fanciullezza; gli anni sembrava che non fossero trascorsi e la vita sembrava non avergli insegnato nulla, e nonostante il carcere continuava a pensare a come delinquere ed a come imbrogliare il prossimo. Ma a un certo punto il narratore ci informa, e lo fa attraverso l’analessi, che anche in questa storia dove il tempo sembrava congelarsi nella fresca vivacità dell’azione (forse questa è la peculiarità della scrittura di Pasolini più improntata a descrivere, ad accumulare azioni ed eventi gli uni sugli altri che non a seguire lo sviluppo di un personaggio) che Tommasino è cresciuto e che le sue scorribande vanno lette non come un bozzetto fine a se stesso, ma vanno interpretate alla luce di un processo di formazione, in cui la sociologia continua a giocare la sua parte, in quanto quella società corrotta, degradata, volta ad infrangere qualunque norma, pur nel suo capovolgimento dei valori ha contribuito a formarlo, a trasmettergli un’idea, una nozione di vita, che non è volta al rispetto delle regole ed alla socializzazione, ma all’infrazione di queste al fine di appagare le necessità primarie.

Sulla scorta di Morazzoni e Parisi dicevamo che il romanzo di formazione incomincia a partire da quella che è considerata la seconda parte del romanzo; ciò di fatto rientra, e lo dimostrano le opere incompiute di Pasolini, nel suo modo di concepire il rapporto con la scrittura, nella sua abitudine di sperimentare sempre nuove soluzioni formali. Ma questo costruire un romanzo in un altro, quasi come se l’uno nascesse dall’altro, ci fa pensare ad un tipo di scrittura che come il flusso della vita si genera in se stessa, senza concludersi mai. La stessa conclusione del romanzo, dal modo in cui è condotta, ci appare brusca, troppo repentina e sganciata dal resto del testo. In ogni caso ciò che è rilevante ai fini del nostro discorso è che questo modo di procedere si configura come un espediente narrativo per rimandare l’integrazione sociale del personaggio. Il mondo della borgata ha educato Tommasino al non rispetto di qualunque norma sociale, rendendo vana qualunque forma di socializzazione. É emblematico il fatto che la carcerazione non è altro che un espediente per impedire che sposi Irene e per rimandare la fase di socializzazione.

A differenza di Arturo di Elsa Morante Tommaso non vive in un’isola incontaminata, e non approda alla maturità dopo una sofferta lotta interiore che lo spinge a lasciare l’isola in cui era nato e cresciuto:

[...] Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo, io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia. Aver veduto tante volte quel battello attraccare e salpare, e mai essermi imbarcato per il viaggio! Come se quella, per me, non fosse stata una povera navicella di linea, una specie di tranvai; ma una larva scostante e inaccessibile, destinata a chi sa quali ghiacciai deserti!

Silvestro ritornava coi biglietti; e i marinai andavano disponendo la scaletta per l’imbarco. Mentre il mio balio conversava con loro, io, senza farmi vedere, trassi di tasca quel cerchietto d’oro che N. mi aveva inviato la sera prima. E di nascosto lo baciai.

A riguardarlo, d’un tratto una debolezza inebriante mi oscurò la vista.. In quel momento, l’invio dell’orecchino mi si tradusse in tutti i suoi significati: d’addio, di confidenza; e di civetteria amara e meravigliosa! Così, adesso avevo saputo che era anche civetta, la mia cara innamoratella! Senza conoscersi, certo, ma lo era. [...]

Provai la tentazione furiosa di tornare indietro, correndo, fino alla Casa dei guaglioni. E di coricarmi accanto a lei: di dirle: “Fammi dormire un poco assieme a te. Partirò domani. Non dico che dobbiamo fare l’amore, se tu non vuoi. Ma almeno lascia ch’io ti baci qua all’orecchio, dove ti ho ferito”.

Già, però, il marinaio, ai piedi della scaletta, stracciava i nostri biglietti per il controllo; già Silvestro saliva, assieme a me, la scaletta. La sirena dava il fischio della partenza.

Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: - Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia...Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò fino al momento che non se ne vede più niente , sarà meglio ch’io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento.

E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti.

Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più.

Il narratore nel passo che abbiamo appena riportato ricorre nel descriverci la partenza di Arturo alla tecnica dell’indugio narrativo. Questi è dinanzi al piroscafo, che è pronto a partire; non ha ancora lasciato l’isola, ma già si sente lontano. La partenza è solo l’esito di una maturazione che si è già consumata dentro di lui, che è già giunta a compimento, e che carica di simboli il mondo che lo circonda. Si rifiuta di vedere l’isola dissolversi all’orizzonte, vuole fingere che non sia mai esistita per non abbandonarsi al dolore lacerante che sarebbe nato dalla consapevolezza del non ritorno di una parte della sua esistenza di uomo. La maturità è forse proprio questa consapevolezza del non ritorno della vita, della sua irripetibilità; e dimenticare ciò che abbiamo vissuto velando il passato di illusioni, sembra suggerirci il narratore, è il solo modo per arginare il dramma. La maturità è la perdita delle certezze dell’infanzia e dell’adolescenza; l’isola con i suoi confini certi e misurabili cede il posto ad un mare uniforme e sconfinato, non più misurabile, infinito come l’oceano in cui non ci si orienta più e da cui non c’è ritorno ([...]la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più.[...]). Tommaso è invece integrato nella realtà della borgata. Se quella di Arturo è una sorta di fuga da una realtà in cui non si ritrovava più, Tommaso invece non ha bisogno di fuggire, perché si rispecchia nei valori o nei non valori della comunità in cui vive. Egli è figlio di una realtà dove i concetti di bene e male non esistono. Ancora più profonde sono le differenze tra Tommasino ed i personaggi dei romanzi di Goethe e Austen; questi infatti non si riconoscevano nella società in cui vivevano e quindi spinti da questa molla vivevano il proprio desiderio di formazione che si concludeva con il clichè ricorrente di un matrimonio riuscito che rappresentava la fase di socializzazione. C’era quindi una fuga che si concludeva con un rientro in società. Come sottolinea opportunamente Moretti già nella generazione successiva questo schema entra in crisi, l’attenzione non più è rivolta all’analisi di ciò che porta alla costituzione di legami definitivi, ma su ciò che opera alla loro dissoluzione. Sarebbe impensabile e forse anche poco proponibile credere di ritrovare in Una vita violenta in tutto e per tutto le caratteristiche del romanzo di formazione europeo, sia per la distanza temporale sia per il mutare delle condizioni storiche. Tuttavia è interessante notare che in Una vita violenta non c’è fuga e non c’è neanche una definitiva socializzazione. Perché ci possa essere vera formazione è necessario che ci sia un punto d’approdo alla maturità; ma la a maturità non può concludersi in Una Vita violenta con il matrimonio o con una sorta di integrazione sociale, perché ciò esulerebbe dal mondo pasoliniano. C’è una dimensione più propriamente sociologica che si salda alla realtà italiana di quegli anni, ed ai problemi che segnano il nostro paese all’indomani della guerra. Pasolini del romanzo di formazione e di quello picaresco riprende solo la tensione che li contraddistingue; del primo la ricerca di una maturità, di un punto di approdo; del secondo invece l’istinto vitale, il pittoresco, il gusto per il colore. I motivi sia dell’uno che dell’altro vengono mescolati in una forma che deve adattarsi ad esprimere un mondo ed una realtà oggettivamente individuabile, che è l’esito di alcuni avvenimenti storici analizzabili, anche se inevitabilmente deformati dalla lente della creazione letteraria.

Ma ritorniamo a Tommasino ed al suo processo di formazione. Questi non è un eroe; è invece un anti-eroe, che è inserito senza traumi o grosse lacerazioni interiori in una società che non educa alla pratica della virtù, ma a delinquere ed ad infrangere ogni norma sociale o civile. Si ha quindi un ribaltamento dei valori. È la civiltà moderna della mediocrità che irrompe nella prosa pasoliniana, in cui i giovani non sentono di dover dare un senso alla propria esistenza, in cui ogni ideale sta per crollare dinanzi al mito del progresso. I personaggi di Goethe, Sthendal, Balzac erano animati da un forte sentire, erano personaggi emblematici di una cultura e di un tempo. Anche Arturo di Elsa Morante è animato da una ricerca, da un travaglio interiore che lo porta alla risoluzione della partenza. In Tommaso non c’è invece nessuna tensione, il suo mondo è molto più statico, ed in un certo senso raggelato in una dimensione immobile e fissa nel tempo. L’unico cruccio che lo tormenta è l’idea di invecchiare e di dover morire. Lui è già un uomo a tredici anni, e non c’è più quindi bisogno di seguire l’evolversi del suo mondo interiore. La vita nella sua crudeltà gli ha già insegnato tutto. La sua sfera psicologica, il suo modo di percepire la realtà non cambia attraverso il tempo, o comunque non muta mai in maniera radicale; è qui forse pesa più che mai il quadro sociologico, che in un certo senso soffoca la formazione del personaggio. L’obiettivo di Pasolini è tracciare il quadro di un’età, di un’epoca, di presentarci uno scorcio di realtà, di fotografare non la realtà nel suo insieme, ma un pezzo, un ritaglio, una sezione della società italiana post-bellica. L’intento cronachistico è assorbito in quello narrativo. La storia di Tommasino, quella di Lello investito dal tram, quella del Cagone, (l’episodio è raccontato con distacco attraverso il ricorso ad un italiano medio, oggettivo, che smorza la tensione, che fa sembrare la morte naturale, un accidente comune di tutti giorni, uno dei tanti avvenimenti che ogni mattina si leggono sulle pagine dei giornali ed a cui ad un certo punto non si fa più caso) che si impicca ad una trave, sembrano tanti fatti di cronaca recuperati in una dimensione narrativa, diventati momenti di un quadro che lentamente si dilata e diventa poi romanzo. Ed in alcuni casi c’è più volontà di rappresentare che di narrare; la storia personale di Tommasino e quella degli abitanti della borgata fatalmente si incontrano. Tommasino già a tredici anni impara la dura legge della strada: con i propri compagni si macchia di una serie di azioni efferate. La società con falsi modelli gli insegna che non esiste morale, che non esistono valori, lo educa a soddisfare in ogni modo ed in qualunque modo i suoi bisogni. Le sue azioni non sono mosse da nessuna morale, né laica né cristiana. I personaggi di Una Vita violenta come quelli del Satyricon di Petronio sembrano animati solo dal desiderio di esperire la realtà in tutte le sue forme, di lasciarsi trascinare in qualunque esperienza. C’è un gusto pasoliniano, classico in un certo senso e che andrebbe indagato con maggiore attenzione, per il particolare piccante, per la scena forte, che lo porta al recupero di una fetta di umanità spesso dimenticata, dai tratti a volte osceni e realisticamente popolata di personaggi ai margini della storia, di piccola gente, di delinquenti, meretrici, lenoni.

L’adesione alla realtà nella sua crudezza e nella sua oggettività comporta un tentativo di rappresentazione dei fatti che porta l’annichilimento del personaggio, alla soppressione della sua identità rispetto al gruppo. Tommasino è specchio della realtà, si “forma” paradossalmente con il mutare del contesto sociale, con il trasformarsi del tessuto sociale. Tommasino non ha un ideale da seguire; la sua storia è priva di un punto d’arrivo, se non la consapevolezza che si fa strada ad un certo punto in lui che la giovinezza è finita. Questa consapevolezza dovrebbe portarlo secondo il canovaccio del romanzo di formazione ad una socializzazione, ad una serena accettazione delle regole sociali. Ma ciò non avviene; egli si rifiuta di invecchiare e di incominciare un altro percorso di vita; la sua morte eroica è il segno distintivo di questa ribellione, è il rifiuto della maturità.

In Pasolini la formazione non è socializzazione come in Goethe ed in Austen, non è analisi delle cause che portano alla dissoluzione degli ideali come in Sthendal e Puskin, non è come in Balzac estranea al mondo della narrazione non essendo né coronamento di una crescita, né saggezza scaturita dal racconto. Non è come in Elsa Morante esito di un processo che spinge il protagonista a rompere in maniera definitiva con il proprio passato e quindi viaggio di non ritorno per l’inesplorato; l’isola con il suo spazio chiuso simboleggia il grembo materno, e quindi la maturità di Arturo consiste nella rottura, fatalmente traumatica di un legame, con la madre-isola in cui è cresciuto e diventato uomo. In Una vita Violenta la formazione di Tommasino è specchio dei cambiamenti che investono la sfera sociale; egli quindi non può invecchiare, ed il processo della sua formazione non può essere seguito nelle sue diverse fasi; non può che essere inquadrato a blocchi, per salti temporali, per momenti, non può che tradursi in una simbologia, in una percezione della realtà, e non in uno scavo interiore del personaggio. Tommasino è un personaggio psicologicamente piatto; è emblema della società in cui vive, che è squallida, degradata, disumana, pidocchiosa, misera, ma che nonostante tutto travolta da un’onda più grande di lei, a piccoli insignificanti passi cambia, muta, si trasforma, pur conservando una sostanza sempre uguale, sudicia, che la contraddistingue. La storia di Tommasino è inquadrata a blocchi, per sezioni come è indagata dalla macchina da presa del narratore la contrada di Pietralata. Il suo processo di formazione non può essere seguito in maniera lineare, perché significherebbe, insistendo sul personaggio lasciar cadere in ombra ciò che contemporaneamente avviene a Pietralata, e quindi le trasformazioni che la investono, la storia che cambia il suo corso, gli avvenimenti che si sommano agli avvenimenti.

Dopo quindi le bravate compiute con i suoi compagni Tommasino lo ritroviamo all’uscita dal carcere; qualcosa nel frattempo è cambiato, e non solo nella sua vita. É ancora un poveraccio, ma ora va a vivere con la sua famiglia all’INA case; esce dal carcere e l’idea di non tornare più nella borgata di Pietralata solletica la sua vanità, ma soprattutto coglie vedendo dei figli di papà giocare a pallone, una realtà diversa, quella piccolo borghese. É un mondo che non conosce, con cui si confronta per la prima volta, ma che lo attrae. È un’esistenza quella meno picaresca, non più al limite, immersa in una normalità ed in una quotidianità che fino ad allora non aveva conosciuto, ma a cui sente di aspirare. È la sconfitta di un’esistenza vissuta al limite e senza il rispetto di alcun codice morale, ma solo in parte, perché non produce un profondo cambiamento nel personaggio ma solo un adeguamento verso una società italiana che stava mutando, in cui incomincia ad affermarsi il partito comunista, una società che da lì a poco si sarebbe avviata verso il miracolo economico, in cui le masse lentamente svuotate dalla loro matrice culturale avrebbero fatto loro modi di vita e ideali tipicamente piccolo borghesi. Tommasino e i suoi compagni si iscrivono al partito comunista, non per convinzione ma perchè ormai quella è l’aria che tira. La sua ancora una volta non è formazione, non è coscienza, non è socializzazione, ma solo un atteggiamento che rispecchia la realtà che muta. Prima rubava per mangiare e per sopravvivere; ora seduce e si fa pagare da un omosessuale per comprarsi un vestito nuovo o per uscire la sera con Irene. Egli nonostante il vestito nuovo e la casa linda, come è facile arguire da alcune spie disseminate dal narratore (andò a aprire gli scuri mezzi scassati…), resta un poveraccio, un miserabile qualsiasi. Non c’è quindi neanche un ribaltamento della condizione sociale del personaggio; egli sente solo il fascino del mondo borghese e la consapevolezza allo stesso tempo che la sua gioventù picaresca è finita. Solo morendo può restare per sempre un giovane; non c’è quindi in questa scelta quasi obbligata del personaggio crescita, c’è anzi il rifiuto del tempo e del suo divenire. La storia di Tommasino è un esempio di processo di formazione mancato. Rifiutando di conformarsi ad una realtà in cambiamento egli rifiuta la socializzazione, rinnega qualunque possibilità di crescita. Il romanzo di formazione fallisce il suo obiettivo, dichiara implicitamente l’impossibilità della maturità. Ma all’estremo opposto della maturità si colloca una vita estrema, picaresca, che può solo concludersi con la morte, perchè non può avere un seguito. Assistiamo quindi al rovesciamento del romanzo di formazione in Pasolini ed in un certo senso alla sua morte in quanto ne resta solo il canovaccio, un ordito forse troppo ingombrante ed ormai inadatto ad esprimere tempi nuovi ed una nuova fase storica; e sullo sfondo di questo affresco pittoresco ed a tratti grottesco campeggia un magnifico quadro sociologico di un’Italia post-bellica divisa tra la fame dei pezzenti che popolano le borgate romane e i primi segni di un benessere economico che avrebbe appiattito la società italiana, svuotando le masse della propria identità, nella grigia mediocrità degli ideali piccolo-borghesi.

 
Recensione del racconto di Raffaele La Capria "Andata e ritorno da se stesso" pubbilcato sul Mattino Stampa E-mail

«Non ne poteva più di stare a guardare i guai del mondo stando comodamente sdraiato sul divano davanti alla tivù... aveva deciso che la vita che faceva era priva di senso[...]», così si apre il racconto Andata e ritorno da se stesso pubblicato da Raffaele La Capria sul Mattino del 31 dicembre. Da questa riflessione del protagonista, un comune borghese, disarmato ed impotente dinanzi ad un mondo che precipita sempre più in basso, e annoiato dallo squallore della sua vita personale ( “un matrimonio sbagliato, un’amante più noiosa della moglie, e un’avventura con una sempre più disponibile squilletta”), parte la decisione dello stesso di cambiare la propria vita e di mettere così fine a tutti sensi di colpa che attanagliano il suo animo.

Da bravo ingegnere qual era, da professionista affermato, decide di partire per l’Africa, per andare a dare il proprio contributo umanitario. Era stato già in Africa da giovane, ma da uomo colto qual è, ricorda di averla vista con “l’occhio hemingwayano”. Questa era qualcosa di diverso dall’Africa di cui sente parlare, ora da uomo maturo, per televisione, o dell’Africa che ha conosciuto attraverso le pagine di un libro di Kapuschinski che recentemente ha letto. L’Africa della sua giovinezza è “un sentimento e nient’altro”, un qualcosa di vago, un’impressione persa nell’onda vaga dei ricordi, qualcosa di profondamente diverso dall’Africa dei tanti affamati, di quella terra assetata dove si sente improvvisamente chiamato, attraverso una proposta di lavoro, piovuta dal cielo, a costruire una diga.

Per un professionista-borghese, annoiato della propria vita, animato da un continuo senso di colpa per le sofferenze dei poveri del mondo, questo appare un modo per dare “un senso nobile a una vita scombinata come la sua. Anno nuovo vita nuova”. Con l’anno nuovo si fa strada quindi nel suo cuore il proposito di lasciarsi alle spalle il grigiore di una vita mediocre, senza grandi passioni, perfetta nella sua mediocrità, ma estremamente priva di senso e valore, segnata dai compromessi.

Da qui la decisione, a lungo rimuginata, di partire, di rompere gli indugi, di ricominciare, di scrivere un nuovo capitolo della propria storia di uomo. Comunica quindi alla moglie che da lo tradiva, all’amante, e alla squillo la propria decisione e parte. Il giorno dopo quindi “Libero e senza legami si trovò ... nel tassì diretto all’aeroporto”.

Incomincia a questo punto per il nostro protagonista, una insolita giornata. Al semaforo un gatto nero attraversa la strada, il tassì va a sbattere contro un pullman, ma riesce in ogni caso ad arrivare all’aeroporto, dove all’improvviso si scatena il finimondo, un attacco improvviso dei terroristi.

Anche in questo caso però il protagonista ne esce illeso, anche se con la convinzione, da borghese stanco della solita routine in cerca di emozioni forti, che era bastato che lui mettesse “la testa fuori dal sacco ed ecco il risultato!”. Riesce a prendere in fine l’aereo che per un’improvvisa avaria al motore fa ritorna indietro all’aeroporto, al punto di partenza. Ecco che nel momento in cui finalmente stava riuscendo a dare una svolta alla sua vita, per un’improvvisa fatalità il nostro ingegnere stanco della sua vita, si ritrova, anche se dopo una lunga giornata di peripezie, a tornare a notte fonda nella propria casa e soprattutto nel suo amato letto. Attaccato alla propria mediocrità, alla sua vita sempre uguale, l’apprezza non appena mette il naso fuori di casa e vede come è fatto il mondo. “Piacer figlio d’affanno”, quasi leopardianamente si potrebbe dire. Un attacco dei terroristi, un incidente d’auto, un’avaria al motore bastano a distrarre l’animo del nostro protagonista dal desiderio di andare a scoprire mondi nuovi, dal desiderio di cambiare la propria vita, di rompere con le leggi immutabili della società umana. A quel punto quasi per una rivelazione apprezza le cose che ha, quali la ragionevolezza della moglie, la dolcezza della sua amante, la squillo che silenziosamente gli offre il proprio corpo. Ciò che fino a quel momento gli era sembrato insignificante, da cambiare, noioso, squallido, gli appare ora, pur nella sua ripetizione ordinaria, di grande valore.

Nel ritorno a se stesso del nostro protagonista, che vede fallire il progetto di cambiare la sua vita di borghese-professionista, che addirittura nella sua mediocrità ritrova una ragione, se pur momentanea di senso della propria esistenza, trapela non solo la critica implicita dell’autore alla mentalità borghese, ma anche il suo fatalismo e il suo pessimismo e la sua sfiducia verso qualunque cambiamento. Nulla, neanche l’anno nuovo, può mutare alcune leggi della vita e della società umana. La vita, una lunga ripetizione di gesti, di regole comuni, di compromessi, di vittorie e sconfitte, di non senso, di mediocrità borghese e non solo, non può negare se stessa e non può che continuare ad essere tale.

 
Narciso di Francesco Capaldo Stampa E-mail

narciso“Narciso” è la prima opera di Francesco Capaldo, un giovane docente precario. “Narciso”, attraverso il taglio nitido di una prosa essenziale e a tratti “visionaria”, narra mescolando generi letterari diversi (otto racconti ed un monologo), una ricerca esistenziale.

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